Ansia e i suoi disturbi
I farmaci ansiolitici
Trattamenti non farmacologici
Disturbi d'ansia in età evolutiva
Per saperne di più...
Disturbi d'Ansia e Disturbi di Personalità
I processi di condizionamento
Burnout
Ma quanto stress!
Ansia e Insonnia
Panico e condotte di dipendenza
Ritornare alla calma
Diabete e Disturbi psichiatrici
Fumo e sistema respiratorio nel Disturbo di Panico
Cannabinoidi e Ansia
I correlati somatici dell'ansia
Asma e disturbo di panico
Disturbi d'ansia durante le immersioni subacquee
Il mobbing
Convegno Nazionale ALPA sui disturbo di panico a Milano il 25 Giugno 2010
L'ipocondria
I frequentatori di www.ansia.info
Le potenzialità della mente
Mente e corpo
Dove nasce la paura
Interventi di miglioramento delle competenze sociali
Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività
Panico e sistema vestibolare
La dismorfofobia
PSICOFITNESS. Una nuova scienza per il benessere della mente
Cosa possono fare i familiari?
Testi consigliati
Link a siti informativi
Domande frequenti (F.A.Q.)
CHI SIAMO
LETTERATURA SCIENTIFICA INTERNAZIONALE
STUDI SCIENTIFICI
DAL TEAM
INFORMAZIONI
CONTATTO
Pazienti/Familiari > Per saperne di più... > La dismorfofobia
"Se non fosse per … sarei perfetto": il disturbo dismorfofobico Versione stampabile
Il disturbo dismorfofobico è caratterizzato da una preoccupazione eccessiva rispetto ad un difetto, o presunto tale, di tipo fisico che è ritenuto il responsabile delle difficoltà nell’accettazione di sé e nella relazione con il mondo da parte del soggetto.
Spesso il soggetto, allo scopo di attenuare il grado di preoccupazione per il proprio aspetto, sviluppa delle strategie, quali:
(1) controlli ripetuti sul proprio aspetto (specchio, parere di familiari e/o amici);
(2) evitamento generalizzato di ogni situazione oppure limitatamente alle situazioni in cui possa mettersi in evidenza la parte “mostruosa”;
(3) tentativi di celare questo difetto fino alla sua eliminazione attraverso interventi estetici.
Quest’ultimo tentativo di risoluzione, spesso se scelto come unico, non risulta foriero di cambiamenti rilevanti e soprattutto definitivi.
Pertanto, il “difettoso/diverso” vaga da diversi specialisti dell’estetica (dai massaggiatori ai chirurghi) prima di approdare ad un intervento rivolto ad un cambiamento dell’immagine di sé piuttosto che sull’aspetto fisico.
La prevalenza del disturbo dismorfofobico è pari allo 0,5% della popolazione generale, ma per le ragioni sopra spiegate verosimilmente è sottostimato. Si tratta spesso di soggetti di giovane età.
La rilevanza del disagio con sé e con gli altri per quel “maledetto difetto” sulla qualità di vita può essere molto importante. Non di rado, pertanto, il quadro si complica con lo sviluppo di una condizione depressiva.
Tradizionalmente, questi soggetti sono stati considerati come “difficili” sia per la scarsa motivazione ad intraprendere la strada di un intervento non mirato al corpo, dove ritengono stia la loro “diversità/ mostruosità”, sia per la scarsa risposta ad un intervento “standard”.
Negli ultimi anni, abbiamo assistito all’aumento degli studi sul disturbo dismorfofobico e recentemente il disturbo è considerato come all’interno dello spettro del disturbo ossessivo sia per le espressione sintomatologiche sia per una similarità di risposta al trattamento farmacologico.
In particolare, nel caso di un soggetto affetto da disturbo dismorfofobico si suggerisce un approccio intergrato.
Dal punto di vista farmacologico la terapia di prima scelta è l’antidepressivo serotoninergico, quale la clomipramina (Hollander et al 1999), la fluvoxamina (Perugi e al 1996; Phillips e al 1998; Phillips e al 2001) o citalopram (Phillips & Najja 2003).
In taluni casi può essere utile l’integrazione con un dosaggio basso di antipsicotico atipico soprattutto nel caso dei soggetti con “scarsa consapevolezza” (Jester & Dolder 2004).
In aggiunta, un intervento di tipo cognitivo-comportamentale (McKay et al 1997; Rosen et al 1995) può essere efficace nella promozione di un cambiamento attraverso delle esposizioni graduali in vivo a situazioni dove potrebbe essere sotto “possibile giudizio” e la prevenzione della risposta riducendo le richieste di rassicurazioni o quelle azione attuate per ridurre il malessere determinato dall’idea di essere brutti.
Inoltre, l’intervento comportamentale comporta anche la creazione di una relazione cooperativa per il raggiungimento di un obiettivo comune che può favorire la costruzione di una maggior capacità di tipo relazionale in un contesto protetto, quale quello dei colloqui, partendo dal vissuto del paziente spesso caratterizzato da un isolamento emotivo.
Un intervento psicoterapico esplicitamente rivolto ad un lavoro d’integrazione cognitivo-emozionale può essere indicato nel completamento di un intervento clinico.
In particolare, alcuni pazienti dismorfofobici non di rado vedono/sentono il proprio corpo in uno stato di coscienza che spesso prende le forme di derealizzazione/ depersonalizzazione (o come il paziente racconta “mi sento strano, confuso, vedo la mia fronte, naso, gambe, ecc gonfiarsi”) arrivando a “vedersi deformi”.
In relazione all’ipotesi di una mancata integrazione della coscienza di sé di tali fenomeni, focalizzati per contenuto su un particolare fisico, si consiglia di affiancare un intervento di tipo psicoterapico incentrato sulle relazioni, in particolare lavorando sulla modalità di attivazione del sistema dell’attaccamento, ossia di ricerca di vicinanza alle persone di riferimento nei momenti di bisogno/difficoltà, in cui il teatro preferenziale di osservazione/riflessione sarà proprio il setting psicoterapico e la relazione psicoterapeuta-paziente lo strumento principale (Liotti 2005).

a cura del Dr A. Bertani

Bibliografia:

Hollander E, Allen A, Kwon J, Aronowitz B, Schmeidler J, Wong C& Simeon D. Clomipramine vs desipramine crossover trial in body dysmorphic disorder: selective efficay ofa serotonin reuptake inhibitor in imaginated ugliness. Archives General of Psychiatry 1999; 56: 1033-42.
Dilip V. Jeste and Christian R. Dolder. Treatment of non-schizophrenic disorders: focus on atypical antipsychotics . Journal of Psychiatric Research 2004; 38: 73-103.
Liotti G. La terapia interpersonale della coscienza. Carocci editore,Roma, 2005.
McKayD, Todaro J, Neziroglu F, Campisi T, Moritz EK & Yaryura-Tobias JA. Body dysmorphic disorder: a preliminary evaluation oftreatment and maintenance using exposure with response prevention. Behavior research and therapy 1997; 35; 67-70.
Perugi G, Giannotti D, Di Vaio S, Frare F, Saettoni M & Cassano GB. Fluvoxamine in the treatment of body dysmorphic disorder (dysmorphophobia). International Clinical Psychopharmacology 11: 247-54.
Phillips KA, Dwight MM & McElroy SL. Efficacy and safety offluvoxamine in body dysmorphic disorder. Journal of clinical psychiatry 1998; 59: 165-71.
Phillips KA, McElroy SL, Dwight MM, Eisen JL & Rasmussen SA. Delusionality and response to open-label fluvoxamine in body dysmorphic disorder. Journal of clinical psychiatry 2001; 150: 302-8.
Phillips KA & Najjar F. An open-label study of citalopram in body dysmorphic disorder. Journal of clinical psychiatry 2003; 64: 715-20.
Rosen LC, Reiter J & Orosan P. Cognitive behavior image therapy for negative body image. Journal consulting and clinical psychology 1995; 63: 263-69.
Williams J, Hadjistavropoulos T, Sharpe D. A meta-analysis of psychological and pharmacological treatments for body dysmorphic disorder. Behavior Research and therapy 2006; 44: 99-111.

NEWSLETTER
Iscriviti gratuitamente alla Newsletter per essere sempre aggiornato sul sito
RICERCA
Ricerca un termine all'interno del sito o nel web
DITE    LA    VOSTRA

Dite la vostra

I    PAZIENTI RACCONTANO
ELENCO ARTICOLI :
"Se non fosse per … sarei...
Medici/Psicologi Pazienti/Familiari English Home Page