| Il disturbo dismorfofobico è caratterizzato da una
preoccupazione eccessiva rispetto ad un difetto, o presunto tale, di tipo fisico
che è ritenuto il responsabile delle difficoltà nell’accettazione
di sé e nella relazione con il mondo da parte del soggetto.
Spesso il soggetto, allo scopo di attenuare il grado di preoccupazione per il
proprio aspetto, sviluppa delle strategie, quali:
(1) controlli ripetuti sul proprio aspetto (specchio, parere di familiari e/o
amici);
(2) evitamento generalizzato di ogni situazione oppure limitatamente alle situazioni
in cui possa mettersi in evidenza la parte “mostruosa”;
(3) tentativi di celare questo difetto fino alla sua eliminazione attraverso
interventi estetici.
Quest’ultimo tentativo di risoluzione, spesso se scelto come unico, non
risulta foriero di cambiamenti rilevanti e soprattutto definitivi.
Pertanto, il “difettoso/diverso” vaga da diversi specialisti dell’estetica
(dai massaggiatori ai chirurghi) prima di approdare ad un intervento rivolto
ad un cambiamento dell’immagine di sé piuttosto che sull’aspetto
fisico.
La prevalenza del disturbo dismorfofobico è pari allo 0,5% della popolazione
generale, ma per le ragioni sopra spiegate verosimilmente è sottostimato.
Si tratta spesso di soggetti di giovane età.
La rilevanza del disagio con sé e con gli altri per quel “maledetto
difetto” sulla qualità di vita può essere molto importante.
Non di rado, pertanto, il quadro si complica con lo sviluppo di una condizione
depressiva.
Tradizionalmente, questi soggetti sono stati considerati come “difficili”
sia per la scarsa motivazione ad intraprendere la strada di un intervento non
mirato al corpo, dove ritengono stia la loro “diversità/ mostruosità”,
sia per la scarsa risposta ad un intervento “standard”.
Negli ultimi anni, abbiamo assistito all’aumento degli studi sul disturbo
dismorfofobico e recentemente il disturbo è considerato come all’interno
dello spettro del disturbo ossessivo sia per le espressione sintomatologiche
sia per una similarità di risposta al trattamento farmacologico.
In particolare, nel caso di un soggetto affetto da disturbo dismorfofobico si
suggerisce un approccio intergrato.
Dal punto di vista farmacologico la terapia di prima scelta è l’antidepressivo
serotoninergico, quale la clomipramina (Hollander et al 1999), la fluvoxamina
(Perugi e al 1996; Phillips e al 1998; Phillips e al 2001) o citalopram (Phillips
& Najja 2003).
In taluni casi può essere utile l’integrazione con un dosaggio
basso di antipsicotico atipico soprattutto nel caso dei soggetti con “scarsa
consapevolezza” (Jester & Dolder 2004).
In aggiunta, un intervento di tipo cognitivo-comportamentale (McKay et al 1997;
Rosen et al 1995) può essere efficace nella promozione di un cambiamento
attraverso delle esposizioni graduali in vivo a situazioni dove potrebbe essere
sotto “possibile giudizio” e la prevenzione della risposta riducendo
le richieste di rassicurazioni o quelle azione attuate per ridurre il malessere
determinato dall’idea di essere brutti.
Inoltre, l’intervento comportamentale comporta anche la creazione di una
relazione cooperativa per il raggiungimento di un obiettivo comune che può
favorire la costruzione di una maggior capacità di tipo relazionale in
un contesto protetto, quale quello dei colloqui, partendo dal vissuto del paziente
spesso caratterizzato da un isolamento emotivo.
Un intervento psicoterapico esplicitamente rivolto ad un lavoro d’integrazione
cognitivo-emozionale può essere indicato nel completamento di un intervento
clinico.
In particolare, alcuni pazienti dismorfofobici non di rado vedono/sentono il
proprio corpo in uno stato di coscienza che spesso prende le forme di derealizzazione/
depersonalizzazione (o come il paziente racconta “mi sento strano, confuso,
vedo la mia fronte, naso, gambe, ecc gonfiarsi”) arrivando a “vedersi
deformi”.
In relazione all’ipotesi di una mancata integrazione della coscienza di
sé di tali fenomeni, focalizzati per contenuto su un particolare fisico,
si consiglia di affiancare un intervento di tipo psicoterapico incentrato sulle
relazioni, in particolare lavorando sulla modalità di attivazione del
sistema dell’attaccamento, ossia di ricerca di vicinanza alle persone
di riferimento nei momenti di bisogno/difficoltà, in cui il teatro preferenziale
di osservazione/riflessione sarà proprio il setting psicoterapico e la
relazione psicoterapeuta-paziente lo strumento principale (Liotti 2005).
a cura del Dr A. Bertani
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